29 novembre 2011
Il Cemento a KM Zero nel Vibonese
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27 novembre 2011
Seminara - Dall'arte dei pignatari alla ceramica d'arte
Seminara - Dall'arte dei pignatari alla ceramica d'arte”, è il titolo di un elegante volume di 336 pagine che raccontano l'incontro tra terra, acqua e fuoco. Il volume, di grande formato, è curato da Monica De Marco per la collana "Ceramiche antiche di Calabria" diretta da Guido Donadone, è un vero e proprio contenitore della storia della ceramica di Seminara con, all'interno, i tanti personaggi che da centinaia di anni si occupano di questa antica arte. La collana si propone di indagare gli sviluppi storici del fenomeno della ceramica a livello regionale calabrese, privilegiando le varie espressioni che si collocano sulla soglia, in bilico tra la sfera dell'artigianato e quella delle arti decorative. Seminara, tra i centri di produzione della Calabria, è, indubbiamente, quello che nel tempo ha mantenuto la più stretta continuità nella trasmissione dell'arte figulina di generazione in generazione, tanto da essere l'unico in cui, ancora oggi, siano conservati non solo gli antichi laboratori ma anche la memoria tecnica del mestiere di ceramista. Si tratta di una produzione dai caratteri spiccatamente popolari e dal raggio di smercio limitato, che presenta peculiarità precipue pur non potendo competere con le più avanzate manifatture delle antiche fabbriche di tradizione, siciliane e campane, di cui, anche per i manufatti d'uso comune, si trovava a subire la concorrenza. Il volume sulla ceramica di Seminara, con una introduzione dell'antropologo Luigi M. Lombardi Satriani, contiene contributi di Guido Donadone, Elena Longo, Giorgio Napolitano, Rossella Agostino, Maria Maddalena Sica, Francesca Lugli, Annarita Martini, Anna Maria De Francesco, Eliana Andaloro e Gino Mirocle Crisci, mentre la collaborazione redazionale è di Francesca Attisano. Dopo i cenni sulla storia della ceramica di Seminara il volume tratta la tematica dei tanti pignatari di Seminara, traccia la realtà di Seminara inserita nel contesto della ceramica popolare italiana, tra '800 e '900, attraverso le forme, i linguaggi, i modelli e le matrici culturali. Un capitolo è poi dedicato agli appunti di etnoarcheologia, sui laboratori e sui processi produttivi della ceramica di Seminara con molte notizie riguardanti proprio il borgo dei pignatari situato in via Santa Maria La Porta con i primi risultati di scavo effettuati recentemente. A seguire, nelle pagine riccamente illustrate, uno studio sulle cave storiche di argilla presenti nel territorio intorno a Seminara. Tra le pagine, a corredo del volume, tantissime immagini di maschere apotropaiche, anfore, vasi smerlati, pignate, caffettiere, borracce, vucali, borracce a ruota, borracce zoomorfe, brocche, alzate, fiasche, lampadari, bottiglie, gabbacumpari, statuette, lucerne e bottiglie antropomorfe.
Franco Vallone
SEMINARA
Dall'arte dei pignatari alla ceramica d'arte
a cura di Monica De Marco
Edizioni Esperide
30.00 €
settembre 2011
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23 novembre 2011
Protesta di due testimoni di giustizia. Francesca Franzè e Giuseppe Grasso: avremmo solo subìto piccoli episodi di usura
| I coniugi Grasso davanti alla Prefettura per estorcere nuovi fondi pubblici |
Nel 2007 sono stati riconosciuti vittime di usura ed estorsione. Uno status che, a distanza di quattro anni, non è cambiato per Francesca Franzè e per il marito Giuseppe Grasso, entrambi testimoni di giustizia.
Sia la Direzione distrettuale antimafia, sia la Procura, sia i diversi gradi di giudizio a cui gli imputati – persone coinvolte nelle operazioni scattate a seguito delle denunce dei coniugi Grasso-Franzè – si sono sottoposti non hanno escluso che nei confronti dei due testimoni siano stati compiuti atti intimidatori a scopo estorsivo ed episodi di usura. Insomma un quadro "acclarato", anche se Francesca Franzè e il marito avrebbero preferito trovarsi in altre situazioni, che però tanto "acclarato" per qualcuno non sarebbe.
Lo scorso anno si era verificata una situazione analoga a quella che si è riproposta in questi giorni. In pratica secondo quanto denunciato dai due testimoni di giustizia sarebbe stato di nuovo ostacolato l'iter per l'erogazione di un contributo chiesto in base alla legge antiracket. Richiesta che riguarda Francesca Franzè, che era titolare di un'impresa operante nel settore elettrico. «Abbiamo appreso che il Nucleo di valutazione, organismo costituito in Prefettura – evidenziano i coniugi Grasso – ha stabilito che nei nostri confronti è stato commesso soltanto qualche piccolo episodio di usura. Anche lo scorso anno è accaduto questo e, a quanto pare, non è bastato esibire tutta la documentazione di Dda, Procura e Tribunali per chiarire che, purtroppo, così non è». Una vicenda che ha innescato la reazione di Francesca Franzè e del marito i quali, ieri mattina, si sono presentati davanti alla Prefettura chiedendo spiegazioni. «Vogliamo conoscere i componenti di questo Nucleo di valutazione e sapere chi lavora nell'area 1 – rimarca la testimone – vorremmo sapere con quale criterio e in base a quale documentazione è stato stabilito che nei nostri confronti è stato commesso solo qualche piccolo episodio di usura».
Ieri mattina comunque i coniugi Grasso hanno avuto modo di spiegare la situazione al Capo di gabinetto della Prefettura, Sergio Raimondo, il quale ha riferito il tutto al prefetto Luisa Latella.
«Più tardi il dott. Raimondo ci ha comunicato che il Prefetto era all'oscuro di tutto – rilevano i due testimoni di giustizia – e che però, tramite lui, ci ha assicurati sul suo impegno nel capire come stanno le cose. Noi – sottolineano i Grasso – per l'ennesima volta vogliamo avere fiducia nelle istituzioni, ecco perché ce ne siamo tornati a casa, dando alcuni giorni di tempo, speriamo bene perché la fiducia nelle istituzioni "sane" non vogliamo perderla. Non l'abbiamo fatto sinora nonostante le intimidazioni che continuiamo a subìre, non ultimo il danneggiamento di un terreno a Mandaradoni dove ci è stata lasciata la carcassa di una pecora morta».(m.c.)
21 novembre 2011
Droga e munizioni, un arresto
Non si aspettava certo che i carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia ed i loro colleghi del Goc gli piombassero in casa alle prime luci dell'alba. Quindi, quando Fiorenzo Lo Iacono, incensurato 23 anni, di Briatico si è visto gli uomini in uniforme davanti alla porta della propria abitazione, non credeva ai propri occhi. In pochi attimi gli uomini della stazione carabinieri di Briatico ed i loro colleghi di località aeroporto hanno avviato minuziosa perquisizione dell'appartamento passando al setaccio ogni angolo
I carabinieri hanno così scoperto come, dentro un mobile della sala da pranzo, l'uomo avesse tutto l'occorrente per la lavorazione della marijuana. Infatti, oltre a 12 grammi di canapa indiana già essiccata e pronta per lo smercio, i militari hanno ritrovato due bilancini di precisione e due trita erba per il confezionamento delle dose. Inoltre il giovani conservava anche due proiettili cal. 9 e due cal. 7,65 in perfette condizioni. Immediate per lui le manette con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e detenzione illegale di munizioni.
Accuse di cui ora dovrà rispondere davanti al Tribunale. i continui controlli degli uomini dell'Arma continuano a portare proficui risultati ed evidenziano come siano soprattutto gli insospettabili a riservare le maggiori sorprese.
19 novembre 2011
Briatico. Cartoline d'amare
![]() |
| Il panorama del 19/11/2011 del lungomare di Briatico |
fonte: http://www.facebook.com/briatico.forumopinioni
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Nel torrente Murria gli scarichi di un frantoio
Le acque torbide del Murria mettono in agitazione cittadini e amministratori a Briatico. La foce del torrente, che paradossalmente è la più pulita del corso d'acqua, riversa comunque in mare da più di due giorni le sue acque sporche. L'odore che emana il torrente non lascia molto spazio all'immaginazione, poiché sembra di stare nei pressi di un frantoio. Eppure per avere la certezza che si tratti di scarti dovuti alla spremitura delle olive bisognerà attendere le analisi dell'autorità competente. Risalendo il corso del torrente, comunque, si ha l'impressione che le acque siano ancora più sporche. L'altro ieri pomeriggio, visto il perdurare del problema manifestatosi in modo assai evidente il giorno prima, il sindaco Francesco Prestia e il consigliere Sergio Bagnato si sono attivati per venire a capo della vicenda.
Il dipartimento di Vibo Valentia dell'Arpacal, già nel primo pomeriggio, aveva inviato una comunicazione al Comune per spiegare che il proprio personale, durante un'attività di monitoraggio dell'emissario costiero, aveva riscontrato in località Rocchetta, in prossimità del torrente Murria, una colorazione anomala, tra il marrone e il violaceo, delle acque del torrente e del mare antistante la foce. Il sindaco ha così mandato i vigili urbani per un sopralluogo, mentre Bagnato contattava il comando provinciale dei carabinieri, chiedendo l'intervento sul posto degli uomini dell'arma. Dopo qualche minuto, infatti, un maresciallo dei carabinieri si è recato presso la sede municipale per discutere del problema con gli amministratori. Ora non resta che attendere le analisi della Capitaneria di porto e ulteriori indagini degli uomini dell'arma. «Ironia della sorte – commenta Bagnato – oggi sarei dovuto andare a Vibo Valentia per partecipare alla riunione di partenariato prevista per approvare l'Associazione temporanea di scopo del "Gruppo azione costiera Costa degli Dei", relativa al Parco marino regionale. Ma purtroppo – conclude il consigliere – la realtà di emergenza ambientale del nostro mare con cui oggi ho avuto a che fare è ben distante da quella che vorremmo fosse invece un vanto per noi, per la provincia e per l'intera Calabria».(f.b.)
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12 novembre 2011
LA BANCA METTE IN GINOCCHIO COMUNE DI BRIATICO E DIPENDENTI
"Abusi e illegitimità" da parte della Tesoreria che trattiene fondi vitali per il mantenimento dei servizi essenziali. Famiglie e dipendenti comunali messi sul lastrico.
| La Banca Carime di Briatico |
La prepotenza delle banche in tempo di crisi è facilmente intuibile dall’atteggiamento impaurito dei suoi consumatori. Succede in tutta Italia, figurarsi in Calabria. Specie quando nella morsa c’è un Comune dichiarato al collasso finanziario. “E’ una presa di posizione illegittima”, dichiara il sindaco Franco Prestia, il quale non riesce ancora a capacitarsi dell’azione “preventiva” della banca che cura il servizio di tesoreria. Al primo cittadino infatti non è andato giù il blocco della liquidità corrente perpetrato dalla Banca Carime di Tropea ai danni dell’ente. Soprattutto in virtù del dissesto. Infatti, dal 28 settembre, giorno in cui il revisore ha certificato la necessità dell’adozione della drastica manovra finanziaria, il Comune ha potuto, o meglio avrebbe dovuto, garantire l’espletamento dei servizi essenziali, visto che l’unica attività permessa è solo ed esclusivamente questa. Ma alla Banca Carime di Tropea, a quanto pare, questa imposizione di legge non interessa poi così tanto, in quanto secondo Prestia “ sta trattenendo i fondi vincolati altrimenti destinati al mantenimento dei servizi essenziali”. I primi drammi di questo “abuso” si stanno traducendo in stato di agitazione da parte degli impiegati comunali, visto che i pagamenti degli stipendi sono un miraggio da due mesi. Su tutti, vi sono gli operatori ecologici, i quali, visti i ritardi nei pagamenti lavorano a giorni alterni, non garantendo così completamente il primo dei servizi essenziali, cioè la raccolta dei rifiuti. Ed è facile immaginare come si traduce questa mancanza. Ma facciamo un passo indietro e vediamo perché la banca ha bloccato il trasferimento di denaro. All’indomani del crack, direttamente dalle colonne di Rosso Fajettu, sottolineavamo una pratica consolidata tra l’ente e la banca, ovvero quelle anticipazioni di cassa “fuorilegge”. Ad esempio, una delle anomalie più gravi riscontrate dal revisore dei conti durante la sua permanenza tra la carte del Comune, è stata quella che ha riguardato appunto un'anticipazione di cassa, calcolata sulla base dei dati in bilancio del 2009. La filiale Ubi banca Carime di Tropea, ne ha stranamente concessa al Comune di Briatico una di gran lunga superiore a quella spettante secondo quanto disposto dall'articolo 222 del Tuel, che fissa “un limite massimo di anticipazione pari ai tre dodicesimi delle entrate accertate nel penultimo anno precedente”. Traducendo, qualcuno dal Comune ha chiesto ed ha ottenuto di più di quanto consentito, dunque, “in palese violazione dell'articolo”. Questo, secondo Prestia ha avuto due finalità specifiche: “Per il Comune - dice il sindaco - avere di più è stato un modo per mascherare un possibile falso in bilancio, mentre per la banca dare di più è stato un modo per giocare sugli interessi”. A questo punto, il sospetto “della pratica consolidata” è chiara ed ineludibile, visto che la stessa banca ha riproposto, con lo stesso metodo, l’anticipazione di cassa al rialzo anche all’attuale amministrazione, la quale, però, scoperto l’inghippo ha deciso di revocare tale provvedimento, mettendo così la tesoreria di fronte alle sue responsabilità. Responsabilità che “in seguito alla segnalazione scritta dal revisore – si legge nella relazione dello stesso – ed all’incontro tenutosi nel Comune con i rappresentanti della tesoreria, quest’ultima, in data 30 giugno 2011, ha revocato la parte di anticipazione concessa in eccesso, per un importo pari ad euro 900 mila, sostenendo di aver concesso erroneamente un non meglio specificato extrafido, con scadenza 30 giugno 2011, senza però esibire, seppur richiesta, alcuna documentazione in merito”. Un errore di quasi un milione di euro che oggi pretende che le sia restituito e che, vista la situazione di pesante debito del Comune, non potrà riavere subito. Dunque la Carime, dice ancora il primo cittadino, “si cautela trattenendo illecitamente quei fondi che non possono assolutamente essere trattenuti, creandoci dei problemi che minano fortemente la già compromessa vita amministrativa”. Danno, beffa e colpo di grazia.
Angelo De Luca
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Briatico. Dipendenti comunali in agitazione. Da due mesi sono senza stipendio
BRIATICO Da due mesi non percepiscono lo stipendio e ora i dipendenti comunali hanno proclamato lo stato di agitazione. Chiedono che sia il prefetto Luisa Latella a prendere in mano la situazione, individuando, così come accaduto la scorsa settimana per i comunali di Filadelfia, una via d'uscita.
Un'assemblea dei dipendenti comunali si è svolta nella sala consiliare del Comune, alla presenza di Michele Artesi, referente provinciale enti locali e servizi della Cisal, e delle rappresentanze sindacali unitarie. Preoccupazioni sono state espresse sul protrarsi di una situazione che rischia lo stallo. Amministrazione comunale e banca tesoriera (l'Ubi Banca Carime) si rimpallano, infatti, le responsabilità e di mezzo sono finiti i lavoratori e le loro famiglie.
«Quel che è certo – ha dichiarato Artesi al termine dell'assemblea – è che la situazione, al momento, non sembra conoscere vie di sbocco. Il perdurare dei ritardi sta comportando gravissimi disagi economici alle famiglie, soprattutto a quelle monoreddito che già non riescono ad arrivare a fine mese».
Il prefetto Latella ha preso a cuore il problema e già lunedì mattina proverà a comporre la vicenda ascoltando le varie parti in causa. Se non si riuscisse a comporre la vicenda in modo soddisfacente, la Cisal ha annunciato l'avvio di azioni di lotta più incisive.
Durante l'assemblea, è stata espressa solidarietà ai dipendenti della società "Tirreno servizi" che attualmente opera per conto del Comune, garantendo la raccolta dei rifiuti solidi urbani.
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11 novembre 2011
NOVEMBRE, UN MESE CRUCIALE PER BRIATICO
Amministrazione al bivio, manca poco e poi si conoscerà il verdetto. C'è chi giura che è già tutto scritto: sarà scioglimento?
Apocalittici e integrati. Più semplicemente pessimisti e ottimisti. L'amministrazione comunale di Briatico verrà sciolta o no? I ben pensanti sono certi che questa volta qualcuno ci sia andato giù pesante, facendo pagare agli attuali amministratori le colpe di una passata gestione della cosa pubblica non proprio trasparente. I mal pensanti non vedono l'ora invece di gridare trionfalmente agli elettori "ve l'avevamo detto noi", dimenticandosi, visto il recente passato, di guardare in casa propria. Sindaco e vice-sindaco attuali sarebbero le vittime sacrificali di un passato che ritorna o magari gli stessi non riescono a rassegnarsi all'idea di dover lasciare campo libero dopo il fallimento politico-amministrativo che li ha riguardati? Una viziosa ostinazione che oggi può costare cara. Per la seconda volta in otto anni.
Ai piedi della Torretta
Basta ripercorrere le tappe della storia comunale dagli albori ad oggi, per constatare che di concreto non c'è stato mai nulla per il territorio. Briatico non ha mai migliorato la sua condizione nonostante le innumerevoli promesse di cambiamento. Anzi, l'ha peggiorata. E nel gioco degli “apparentamenti”, delle amicizie, dei bacia mano e del caffè al bar, la politica è scivolata via come un solito teatrino, dove la palla, o il potere, è passato sistematicamente da una parte all'altra, e con gli stessi o presunti stessi personaggi per giunta, senza che sia stata la comunità a beneficiarne.
Nel 2003 le due attuali più alte cariche non furono esplicitamente messe sul banco degli imputati, ma la loro compartecipazione a quella squadra di governo, sciolta poi per infiltrazioni mafiose, potrebbe pesare in questa nuova esperienza politica come un macigno. Sarà forse questa l'unica colpa addebitabile a Franco Prestia e Massimo La Gamba? O c'è dell'altro? Dall'altra sponda, i mal pensanti sono al contrario certi che questa amministrazione sia chiaramente influenzata da pressioni esterne, giocando appunto sul fatto che Prestia e La Gamba sono proprio quegli amministratori già incappati nel pesante provvedimento ministeriale.
Muoia Sansone con tutti i Filistei.
Resta il fatto che le informative, molte delle quali puramente anonime, arrivate sulla scrivania di Luisa Latella, all'indomani della vittoria del gruppo dei “Rinnovatori”, erano tese a sottolineare per lo più un'influenza diretta delle cosche nel naturale svolgimento delle elezioni. Questo sarebbe, qualora venisse accertato, già di per se un fatto compromettente, in quanto un simile modus operandi certificherebbe di fatto il condizionamento esterno, che si potrebbe pure convertire in reato di voto di scambio, penalmente perseguibile. Ma la disposizione di una Commissione di accesso agli atti viene pratica in genere non solo “quando emergono elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata o su forme di condizionamento degli amministratori stessi, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi”, ma anche e soprattutto in virtù di uno o più illeciti di tipo amministrativo a vantaggio di persone fisiche. Dunque, analizzare e secernere appunto atti amministrativi, al fine di constatarne un raggiunto o un divenire profitto di terzi, è il vero lavoro della terna prefettizia. E su questo punto, i ben pensanti non hanno dubbi: tutto è trasparente poiché non vi è stato il tempo matematico di perseguire un potenziale illecito. Una cosa del tipo “è l'occasione che fa l'uomo ladro”. Un film della serie “Indagate pure gli ex”.
Comunque vada sarà un insuccesso.
Il dado è tratto, o quasi. Manca poco e poi si saprà se la Commissione di accesso agli atti, predisposta dal Prefetto di Vibo Valentia il 12 aprile scorso, invierà al Viminale la richiesta per lo scioglimento dell'attuale amministrazione guidata da Franco Prestia. E se scioglimento sarà, il futuro, complice il dissesto finanziario dichiarato recentemente, sarà ancora più incerto. Anche e soprattutto perché la governance prefettizia non ha mai, o quasi mai, dato i risultati sperati. “Tuttavia - recita una nota della Camera dei Deputati in riferimento ai provvedimenti di scioglimento per infiltrazioni mafiose- la legge ha dimostrato alcuni limiti evidenti che, nel corso della presente legislatura, sono stati evidenziati anche all'interno della Commissione parlamentare antimafia e della Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati. Tra questi limiti va menzionato quello per cui non sempre la gestione commissariale e l'indizione di nuove elezioni hanno significato una svolta radicale verso la legalità dell'ente sciolto”. E mai esempio fu più azzeccato.
Angelo De Luca
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09 novembre 2011
Briatico. Arrestato un giovane e sequestrati 17 grammi di marijuana
BRIATICO Un giovane di 20 anni, Davide Salvatore Grillo, è stato arrestato dai carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia, diretta dal capitano Stefano Di Paolo, con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupegacenti. L'arresto è avvenuto lungo la statale 522 dove i militari dell'Arma lo hanno fermato e, nel corso di una perquisizione dell'auto su cui viaggiava, hanno scoperto come il giovane avesse nascosto, all'interno della cuffia del cambio, 11 grammi di marijuana già suddivisa in 8 dosi pronte per essere spacciate.
Una volta trovata la droga i militari dell'Arma hanno deciso anche di controllare l'abitazione del giovane, dove hanno scoperto altri 6 grammi di stupefacente e due tritaerba con cui il giovane confezionava le dosi. Immediato per lui l'arresto con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti mentre tutto l'illegale carico è stato sequestrato per le analisi dei laboratori dell'Arma.
Una volta trovata la droga i militari dell'Arma hanno deciso anche di controllare l'abitazione del giovane, dove hanno scoperto altri 6 grammi di stupefacente e due tritaerba con cui il giovane confezionava le dosi. Immediato per lui l'arresto con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti mentre tutto l'illegale carico è stato sequestrato per le analisi dei laboratori dell'Arma.
fonte: http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=155924&Edizione=11&A=20111109
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07 novembre 2011
E se la pioggia arrivasse qui?
Di allarme maltempo non si può ancora parlare. La pioggia non ha fatto capolino da queste parti. La si aspetta, certi che prima o poi arriverà. Lo scorso inverno la stagione orribilis della provincia, messa in ginocchio da abbondanti precipitazioni.
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| L'inondazione alla marina di Briatico di ottobre 2010 |
Dalla frana di Maierato, al disastro di Parghelia, passando per le inondazioni di Briatico e Zambrone. Con la mente sempre rivolta all’alluvione del 2006 nelle Marinate. Si, è un territorio fragile quello Vibonese, nonostante le sua vegetazione rigogliosa faccia pensare il contrario. Sarà forse colpa dell’urbanizzazione selvaggia che non ha mai tenuto conto della morfologia; sarà magari pure colpa della disattenzione politica, che non si adopera fortemente per prestare soccorso ad un territorio continuamente ferito. Sta di fatto che ancora oggi non si sa quanti e quali lavori siano stati effettuati dagli enti preposti al fine di scongiurare nuovi pericoli di dissesto idro-geologico. A Vibo Marina e Bivona ad esempio, i fossi “La Badessa”, “Antonucci” e “Bravo”, si presentano totalmente ricoperti dalla vegetazione e dai rifiuti. A parte qualche lavoro di consolidamento degli argini e la creazioni di rialzamento del manto stradale sotto i letti dei fiumi, «la manutenzione - così come fatto notare nei giorni scorsi Mino De Pinto del Sib - è pressoché stata scarsa, nonostante la necessità dell’intervento sollevato già a maggio dal nostro sindacato». Anche Parghelia corre un potenziale rischio. Infatti, è lo stesso sindaco della città Maria Brosio a richiamare l’attenzione. Qui, più che in altri Comuni, il rischio maggiore al quale è esposto il territorio sono le frane. «In tutta sincerità - dice il primo cittadino di Parghelia - di lavori consistenti, per quanto riguarda la manutenzione dei letti dei fiumi, non ne sono stati fatti. Ad oggi - prosegue preoccupata - possiamo dire che il rischio straripamenti sia possibile». Ma quello che comunque preoccupa di più è il pericolo frane. Le colline sopra la graziosa cittadina costiera, per come fatto notare dalla Brosio, «sono visibilmente segnate dalle frane», dunque vittime di un potenziale smottamento. Zambrone, invece, rimane un paese quasi isolato. Chiuso in maniera definitiva il capitolo della pulizia dei torrenti, visti i lavori effettuati anche durante l’estate, quello che preoccupa di più la cittadinanza è la questione della viabilità interna. Alcune segnalazioni portano dritte ad alcune strade di collegamento tra le frazioni. Com’erano dopo le alluvioni del febbraio scorso sono rimaste. E’ il caso della strada di collegamento con i piccoli borghi di Daffina e Daffinacello; della provinciale passante per San Giovanni, dove sono stati fatti dei parziali lavori di messa in sicurezza; della strada che collega Potenzoni con Zambrone, dove ad un certo punto il ponte è interrotto nel vuoto. Insomma, una situazione nel complesso grave. E se è vero che al momento la pioggia è in altre parti del Paese, è pur vero che non tarderà ad arrivare pure da queste parti. Ma qualcosa, volendo, si può salvare. Magari a partire dal monitoraggio costante delle zone più a rischio e dalla manutenzione immediata dei torrenti, che ben presto potranno diventare dei grossi fiumi. Non per essere catastrofisti e pessimisti, ma a ben vedere non si può certo dormire sonni tranquilli. Diciamo solamente che potenzialmente il territorio è messo peggio di sempre.
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06 novembre 2011
Stasera Tatanka a Pizzo con Giuseppe Gagliardi in sala
Il film tratto dal libro “La bellezza e l'inferno” di Roberto Saviano
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| Il regista Giuseppe Gagliardi |
A Roma, durante la Prima nazionale, il regista calabrese Giuseppe Gagliardi l'aveva promesso a Magda Primerano, Vera Bilotta, Maria Laura Fiumara e ad Antonietta Villella di Lanterna Magica: “verrò a Pizzo per presentare Tatanka...”. ed eccolo Gagliardi, sarà in platea dopo la proiezione del suo ultimo film, per rispondere alle domande dei soci componenti il Circolo del Cinema Lanterna Magica di Pizzo. L'appuntamento è per domenica 6 novembre 2011, alle ore 18.30 a Pizzo Marina, presso la sala proiezioni del Museo della Tonnara, ed è il primo incontro ufficiale previsto dal programma della rassegna cinematografica 2011-2012 organizzata dal circolo napitino presieduto da Antonietta Villella. Il regista, i soci del circolo e il film, cento minuti di un lavoro cinematografico tratto dal libro “La bellezza e l'inferno” di Roberto Saviano, una finestra aperta come ferita all'interno dei feudi più inviolati della camorra, in una terra troppo spesso graffiata, bollata e dilaniata da una sanguinosa guerra che definire cruenta è dire poco. Un lavoro filmico interessante che ha come traccia le tante palestre di pugilato della Campania viste come luoghi di resistenza ai clan. Il regista ha girato con uno stile tutto personale e con il montaggio di Simone Manetti ed in questo film, (opera che si potrebbe definire del “neo-neorealismo”), ci sono ritmi velocissimi e serrati, forti colori, forti sapori e anche rumori forti, dove “i pugni che si sentono sono veri”, precisa lo stesso Gagliardi. E poi c'è il l’utilizzo del dialetto come lingua che esalta il linguaggio del discutere quotidiano e comune di un luogo, dove c'è gesto, gergo e metafora. La colonna sonora è scritta da Peppe Voltarelli, fraterno amico di Gagliardi, da sempre suo compagno di giochi filmici e sonori. Gagliardi, il giovane regista di Saracena, è molto legato al circolo del cinema di Pizzo dove più volte è stato ospite assieme allo stesso Voltarelli. Tatanka è l'avventura straordinaria di un ragazzo che riesce a sfuggire a un “destino già predestinato”. Un ragazzo come tanti che, proprio grazie ad un incontro, riuscirà a crescere, ad emanciparsi e riscattarsi. L'incontro è con la violenza controllata della boxe in un itinerario costruito giorno per giorno, un percorso che lo porterà alla ricerca e, successivamente, ad una vera e propria scoperta. L'itinerario traccia il recupero di “se stesso” in una realtà vicinanza della periferia di Caserta e poi passando per i ring clandestini della lontananza di Berlino. Un percorso difficile, pieno di intralci, quasi sempre in salita, verso un inaspettato slancio di riscatto. Il film Tatanka è, sin da subito, ring, vita e vitalità, sport forte e sanguigno, muscoli guizzanti e sudore e sangue che schizzano insieme e si mischiano nell'aria surriscaldata, volti tumefatti e devastati in solo un attimo dal contatto fisico, scatti veloci di gambe e di braccia, sul ring ci sono due uomini che si guardano, si studiano con la strategia nascosta nella testa e nei pugni sotto i guantoni, paradenti e acqua in faccia, e poi c'è il gong, le corde e l'angolo rifugio, la bella ragazza in costume sexy con il cartellone del numero del round, i giudici e l'arbitro, e poi c'è la cosa più importante, l'urlo e il calore della folla. Tatanka, il film di Giuseppe Gagliardi, è ambientato a Marcianise, nelle palestre non proprio moderne che diventano comunque scuola, per ragazzi che vogliono imparare la boxe ma che imparano prima di tutto a vivere, ragazzi che comprendono quanto sia importante il sacrificio per crescere, l'onore, la dignità, il rispetto anche per gli avversari e per il maestro di combattimento. Dalla palestra si parte verso un rifiuto, un no scandito con i fatti a quei fin troppo facili ricatti che arrivano dalla miseria del territorio e della criminalità che offre con affascinante semplicità tutto in cambio di tutto te stesso. Clemente Russo, vero pugile, in Tatanka, nel film e al personaggio principale del film, presta il suo vero volto e il suo vero soprannome e disputa, in una sorta di continua finzione costituita e costruita da una vera realtà, dei veri incontri di boxe. Poi ci sono i vicoli e le stradine assolate, le palestre sgangherate dove manca tutto all'infuori dell'umanità, i paesi e gli altri luoghi... la traccia continua a solcare luoghi di un'Italia che si fa finta, molte volte e troppo spesso, di non vedere nemmeno, quello che non si vede è il non esiste, il chiudere gli occhi collettivo e di tanti. Quando Tatanka fugge in Germania, dove si stabilisce dirigendo un ristorante, la storia cambia quasi di ritmo filmico e sottolinea uno dei tanti isolamenti in terra straniera. La storia continua con gli incontri clandestini di Berlino per poi approdare in un ritorno in Italia, si chiude il cerchio, un cerchio senza retorico trionfalismo, troppo tipico in questi casi, con un futuro della storia lasciato all'immaginazione dello spettatore. Non un finale ma una continuità e una speranza alla vita che si porta fuori dalla sala cinematografica. Giuseppe Gagliardi, al suo secondo lungometraggio è nato a Cosenza il 3 maggio del 1977 è un regista e sceneggiatore, autore di cortometraggi, documentari, film e videoclip musicali. Si è laureato all'Università La Sapienza di Roma con una tesi in Storia e Critica del Cinema. Con il cortometraggio Peperoni ha ricevuto numerosi premi in Italia tra cui il Sacher d’Argento del pubblico ex aequo al festival diretto da Nanni Moretti. Nel 2003 col documentario musicale Doichlanda riceve un Premio Speciale della Giuria nel concorso riservato ai documentari DOC 2003 del Torino Film Festival. Nel 2004 ha firmato il videoclip Stop della band rock italiana Mambassa.
Il suo primo lungometraggio La vera leggenda di Tony Vilar è stato presentato nel 2006 alla Festa internazionale del cinema di Roma e nel 2007 al Tribeca Film Festival di New York.
Franco Vallone
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04 novembre 2011
Hanno sfregiato la Rocchetta di Briatico
Vandali, incivili, ignobili. Un gesto che profana il monumento simbolo di un'intera città. Il patrimonio di tutti i briaticesi svergognato con una scritta da due ignoti innamorati del caz..!
“Ne venti e terremoti nuju a poti”. Recita così una canzone della tradizione musicale paesana a Briatico. Il riferimento è a lei, alla celeberrima Torre Saracena, simbolo di storia e cultura, di dominio e imponenza, di passato e presente, di amore e passione, di leggenda e mito, di orgoglio e appartenenza. Ma a quanto pare nessuno immaginava pensare che in questa vita ci potesse essere qualcosa più distruttiva del terremoto: l’uomo. Imbrattata e profanata come se fosse l’ultimo dei muri di una stazione desolata. Una macchia indelebile, che ha colpito non solo un monumento che rientra nei patrimoni dell’umanità, ma pure il cuore di tutti i briaticesi che l’hanno sempre rispettata e amata al di là della sua valenza artistica. Come se fosse una madonna. La rocchetta per i briaticesi è tutto. E’, ad esempio, l’immagine che ogni cittadino ha dentro casa. Un quadro, una foto, una scultura. E’ lo scenario preferito dagli sposini, la stella polare dei pescatori, la fonte di ispirazione dei poeti, la musa dei cantanti. Molto più che un simbolo. Non si conoscono tuttavia gli ignobili autori del gesto, che con profonda non curanza hanno pensato bene di incidere su una pietra di tufo del 1400, il sigillo del loro amore. Ignoti, e rimangono tali, gli autori del vandalico gesto. In paese d’altronde nessuno crede possa essere stato un briaticese, perché a nessun briaticese, da 600 anni a questa parte è mai venuto in mente di oltraggiare il monumento delle loro origini. C’è tristezza e rabbia nei volti di chi si affaccia a guardare quell’obbrobrio. A' Turri è quello che si direbbe "il Monumento delle origini". In tutti i passanti e i visitatori c’è la ferma consapevolezza di quanto sia stata crudele una simile azione. Ora vi è la necessità di tentare ogni possibile rimedio per preservarla da quell’impronta di umana inciviltà, che ancora una volta ha lasciato la firma. A danno della storia, della cultura e della memoria di un intero paese.
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Questa terra sono loro.
Chiamatela pure Vibo Violenza. Nessuno si offenderebbe. Perché qui, in questa terra dai due volti, a cavallo tra il mare turchese di Tropea e Capo Vaticano e il mare inquinato dai residui del porto di Gioia e dagli scarichi abusivi di 32 Comuni dell'entroterra nel fiume Mesima, tra le montagne alberate delle Serre e le dinastie dei clan "dei boschi", tutto scorre nel segno della 'ndrina. Il politico di turno, quello che poi in realtà è sempre lo stesso, ad ogni puntuale e giornaliero fatto di intimidazione, bomba e sparatoria, si appella sempre ad un "qualcuno lassù", gridando forte che "il territorio è nella morsa della criminalità". Occorrerebbe rettificare, forse. Occorrerebbe dire al politico di turno, cioè sempre allo stesso uomo in giacca e cravatta, che qui la 'ndrangheta è a casa sua. Gli invasori siete voi. Gli invasori sono gli onesti, quei pochi onesti che non si rassegnano all'idea di dover pagare a persone, benché conosciute, il frutto di un lavoro guadagnato con il proprio sudore. A loro, a quei pochi onesti, non è perdonato il gesto, lo sgarro di non aver accettato un aiuto, un consiglio, una protezione. Certa gente, quando è onesta, preferisce subire che perdere dignità. Perché oltretutto, a Vibo Violenza, c’è pure gente che si propone alla ‘ndrina, prima che la ‘ndrina si proponga a lui. Solo per una questione di onore. O di coscienza. E se non sei lungimirante, se hai la presunzione di non sottometterti all’unica politica credibile di questa terra, tutto finisce in fumo. Se ti va bene. Via con gli incendi ai cantieri e alle macchine; via con i bossoli contro le porte e le finestre di casa. Il tutto mentre quel politico di turno, magari pure senatore, chiede aiuto lassù. Quando poi il ministro della Giustizia è divenuto finalmente l'amico di lunga data, il messaggio pare avere improvvisamente più autenticità. Scatta dagli archivi la foto insieme. Da amici di lunga data, appunto. Il politico di turno, che poi è sempre lo stesso, rassicura rigorosamente a mezzo stampa la cittadinanza sull'impegno e sulla puntuale interrogazione parlamentare. Dice che chiederà più uomini delle forze armate sul territorio. E mentre lo dice ignoti prendono a sassate l’auto dei carabinieri a posto di blocco. E mentre lo dice ignoti distruggono i cantieri di un infame che non sta dalla parte giusta. E mentre lo dice un altro imprenditore chiude bottega lasciando a casa tutti gli operai. E mentre lo dice un altro giovane lascia la sua terra per raggiungere la terra di altri. E mentre lo dice per strada campeggiano slogan del tipo “Vuoi difendere la tua libertà?” La libertà, certo. Ma la libertà di chi? Perché la legge, a Vibo Violenza, non la fa lo Stato; ne tanto meno quel solito politico di turno. A Vibo Violenza la legge si chiama 'ndrangheta. E gli invasori siete voi.
Angelo De Luca
fonte foto: relazione annuale sulla 'ndrangheta 2008
03 novembre 2011
Imprenditori piegati dalla violenza del racket
Alcuni di loro hanno già mollato e si sono trasferiti nelle regioni del Nord, altri resistono ma fino a quando?
di Nicola Lopreiato
Ancora il fragore di una bomba. Ancora un imprenditore sotto il tiro della violenza criminale. L'amara constatazione che lo Stato mostra chiari segni di cedimento. Attentati e intimidazioni a raffica questa volta sono stati indirizzati all'imprenditore edile Domenico Grasso di San Costantino Calabro. Ha reagito chiudendosi nel silenzio, sfogandosi, forse, solo con se stesso. Nella notte tra lunedì e martedì un ordigno ha fatto saltare in aria la saracinesca del suo garage, mandato in frantumi i vetri delle abitazioni vicine.
In sintesi
di Nicola Lopreiato
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| Un bar di Tropea dato alle fiamme |
In precedenza gli attentatori l'avevano colpito nei suoi affetti più cari, arrivando a profanare una tomba nel giorno della ricorrenza dei defunti. Poi, le autovetture distrutte a colpi di mazza e alcuni proiettili sparati all'indirizzo dell'ingresso dell'abitazione. Una sequela di attentati, dalle chiare caratteristiche mafiose, sui quali gli investigatori, per il momento, non hanno dato alcuna risposta, nonostante l'impegno quotidiano per fronteggiare la nuova ondata di violenza criminale.
Il caso Restuccia Ma non è solo l'imprenditore Grasso ad essere finito sotto il tiro della recrudescenza mafiosa. Nel recente passato altrettanti gravi sono stati gli attacchi ad altri imprenditori, alcuni di loro, come Giuseppe Maccarrone, hanno deciso di chiudere la propria attività e fare le valige; altri, invece, nonostante tutto hanno deciso di rimanere e di continuare a lottare, nella speranza che prima o poi le cose possano cambiare. Tra quanti resistono, Vincenzo Restuccia. In tanti anni ha collezionato oltre 100 attentati. «Non chiudo per non mettere sulla strada 220 operai», dichiarava dopo ogni attentato Restuccia, imprenditore che opera nel campo delle grandi costruzioni. «Comunque mi colpiscono perché non pago...».
Maccarrone lascia Chi, invece, ha deciso di gettare la spugna è Giuseppe Maccarrone, titolare di un autosalone ad Arzona di Filandari. La sua vita è stata letteralmente distrutta. Gli attentati alle sue attività, nonché i colpi di pistola contro garage e abitazione sono stati tantissimi. La sua vita era diventata un inferno. L'ultimo attentato risale al 19 dicembre dello scorso anno. In quell'occasione una bomba ad alto potenziale ha sventrato il suo autosalone e la sua casa è rimasta gravemente lesionata. «Mi hanno distrutto – commentava amaramente il giorno dopo il gravissimo attentato Maccarrone – meglio andar via, qui non c'è più niente da fare. Ha vinto la mafia. Non c'è speranza. Ho sempre denunciato. Ma ogni volta che lo facevo puntualmente arrivava un altro attentato». Buio su Di Costa Molti l'hanno dimenticato perché le sue denunce fino ad oggi hanno costituito solo materia d'indagine. In concreto, però, nessuno è ancora riuscito a dare una risposta sul caso che ha costretto il titolare di un istituto di vigilanza a mettere fine alla sua breve esperienza alla guida della Sycurpol. Stanco di subire Pietro Di Costa di Tropea ha deciso di mollare tutto. Ha restituito la licenza ed ha inviato persino una lettera al Capo dello Stato per denunciare la sua drammatica esperienza. Al presidente della Repubblica Di Costa riferiva chiaramente di essere stato abbandonato dalle istituzioni nonostante le numerosissime minacce subìte negli anni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, colmo di danneggiamenti ai mezzi dell'istituto di vigilanza e minacce alle sue guardie giurate, è stata una busta con proiettili fatta recapitare a Pietro Di Costa nell'ottobre del 2010. Anche in questo caso la sua vicenda si è chiusa con qualche attestato di solidarietà, solo formale, naturalmente, perché di azioni concrete in tal senso se ne sono viste effettivamente poche. Lo stesso aveva detto a chiare note nella lettera invita al Capo dello Stato di essere stato affrontato da un noto boss della zona e minacciato apertamente.
Le vicende che coinvolgono Grasso, Restuccia, Maccarrone e Di Costa, senza contare tanti altri imprenditori, commercianti e artigiani, che subiscono giorno per giorno, sono l'ennesima prova che lo Stato arretra giorno dopo giorno e la sfiducia di quanti ancora credevano nella forza della legalità comincia a prendere il sopravvento.
Il caso Restuccia Ma non è solo l'imprenditore Grasso ad essere finito sotto il tiro della recrudescenza mafiosa. Nel recente passato altrettanti gravi sono stati gli attacchi ad altri imprenditori, alcuni di loro, come Giuseppe Maccarrone, hanno deciso di chiudere la propria attività e fare le valige; altri, invece, nonostante tutto hanno deciso di rimanere e di continuare a lottare, nella speranza che prima o poi le cose possano cambiare. Tra quanti resistono, Vincenzo Restuccia. In tanti anni ha collezionato oltre 100 attentati. «Non chiudo per non mettere sulla strada 220 operai», dichiarava dopo ogni attentato Restuccia, imprenditore che opera nel campo delle grandi costruzioni. «Comunque mi colpiscono perché non pago...».
Maccarrone lascia Chi, invece, ha deciso di gettare la spugna è Giuseppe Maccarrone, titolare di un autosalone ad Arzona di Filandari. La sua vita è stata letteralmente distrutta. Gli attentati alle sue attività, nonché i colpi di pistola contro garage e abitazione sono stati tantissimi. La sua vita era diventata un inferno. L'ultimo attentato risale al 19 dicembre dello scorso anno. In quell'occasione una bomba ad alto potenziale ha sventrato il suo autosalone e la sua casa è rimasta gravemente lesionata. «Mi hanno distrutto – commentava amaramente il giorno dopo il gravissimo attentato Maccarrone – meglio andar via, qui non c'è più niente da fare. Ha vinto la mafia. Non c'è speranza. Ho sempre denunciato. Ma ogni volta che lo facevo puntualmente arrivava un altro attentato». Buio su Di Costa Molti l'hanno dimenticato perché le sue denunce fino ad oggi hanno costituito solo materia d'indagine. In concreto, però, nessuno è ancora riuscito a dare una risposta sul caso che ha costretto il titolare di un istituto di vigilanza a mettere fine alla sua breve esperienza alla guida della Sycurpol. Stanco di subire Pietro Di Costa di Tropea ha deciso di mollare tutto. Ha restituito la licenza ed ha inviato persino una lettera al Capo dello Stato per denunciare la sua drammatica esperienza. Al presidente della Repubblica Di Costa riferiva chiaramente di essere stato abbandonato dalle istituzioni nonostante le numerosissime minacce subìte negli anni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, colmo di danneggiamenti ai mezzi dell'istituto di vigilanza e minacce alle sue guardie giurate, è stata una busta con proiettili fatta recapitare a Pietro Di Costa nell'ottobre del 2010. Anche in questo caso la sua vicenda si è chiusa con qualche attestato di solidarietà, solo formale, naturalmente, perché di azioni concrete in tal senso se ne sono viste effettivamente poche. Lo stesso aveva detto a chiare note nella lettera invita al Capo dello Stato di essere stato affrontato da un noto boss della zona e minacciato apertamente.
Le vicende che coinvolgono Grasso, Restuccia, Maccarrone e Di Costa, senza contare tanti altri imprenditori, commercianti e artigiani, che subiscono giorno per giorno, sono l'ennesima prova che lo Stato arretra giorno dopo giorno e la sfiducia di quanti ancora credevano nella forza della legalità comincia a prendere il sopravvento.
Si allunga la lista degli imprenditori piegati dalla violenza criminale. Dopo Vincenzo Restuccia, Giuseppe Maccarrone e Pietro Di Costa, un altro imprenditore finisce sotto il tiro del racket: Domenico Grasso.
Nella notte tra lunedì e martedì ignoti hanno fatto esplodere una bomba davanti all'ingresso del suo garage. In precedenza Domenico Grasso era stato toccato negli affetti più cari e una tomba di famiglia era stata profanata. Successivamente la violenza criminale si era fatta di nuovo sentire sparando alcuni colpi di pistola contro l'ingresso della sua abitazione le auto di famiglia era stato distrutte a colpi di mazza.
Nella notte tra lunedì e martedì ignoti hanno fatto esplodere una bomba davanti all'ingresso del suo garage. In precedenza Domenico Grasso era stato toccato negli affetti più cari e una tomba di famiglia era stata profanata. Successivamente la violenza criminale si era fatta di nuovo sentire sparando alcuni colpi di pistola contro l'ingresso della sua abitazione le auto di famiglia era stato distrutte a colpi di mazza.
01 novembre 2011
Briatico. Punta Safò
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