L'operazione di appendicite, il black-out in sala operatoria, il coma e poi l'aggravarsi delle condizioni della sedicenne morta una settimana dopo a Cosenza
Alle 14,30 del 19 gennaio 2007 cominciò l'intervento chirurgico ma dopo circa 20 minuti la tragedia
di Marialucia Conistabile

Il 19 gennaio di due anni fa, nella sala operatoria provvisoria dell'ospedale Jazzolino, si consuma praticamente il dramma di Federica Monteleone, 16 anni, studentessa di Vibo Marina.
Due anni fa come ieri. Accompagnata fin sulla porta dalla mamma e dal papà, Federica entra in sala operatoria dopo le 14 e alle 14,30 inizia l'intervento. Da qualche giorno accusa qualche problema all'appendicite, niente di grave però – consigliano i medici – è meglio toglierla. Insomma, sebbene sempre di intervento chirurgico si tratti con i rischi che ogni operazione comporta, quel giorno il tutto viene considerato nell'ottica della routine.
E infatti, tutto inizia e procede regolarmente. Federica non ha alcun tipo di problema, nè respiratorio e neppure cardiaco, e l'operazione va avanti. Circa 20 minuti dopo è pressoché conclusa, si è ormai alle battute finali, quando improvvisamente in sala si registra un black-out elettrico. Si spegne il monitor e pure il respiratore automatico, entrambi agganciati alla rete non protetta; restano invece accesi elettrobisturi e scialitica.
L'anestestista passa dal respiratore automatico a quello manuale; Federica era e rimane intubata, intanto il black-out continua. Dura – come rileva il pm Fabrizio Garofalo – dai 5 ai 10 minuti; un tempo che diventa interminabile. A venti minuti circa dall'inizio dell'operazione, di fatto, comincia la tragedia di Federica.
Momenti drammatici sono quelli che seguono il black-out soprattutto quando, tornata la corrente, i medici si accorgono che la ragazza sta male. All'iniziale bradicardia (per i periti e il pm avvenuta all'inizio del black-out) segue l'arresto cardiaco, si accentuano manovre rianimatorie e farmaci, che riescono a riprendere la giovanissima paziente. Ma Federica ha midriasi fissa (cioè le pupille dilatate), viene dunque trasportata in rianimazione e in serata (intorno alle 21,40) all'ospedale Annunziata di Cosenza.
Per il consulente nominato dalla Procura – il prof. Pierantonio Ricci che ha effettuato l'autopsia – la morte di Federica è riconducibile a una scarica elettrica. In pratica l'elettricità avrebbe attraversato la ragazza mentre era sul lettino operatorio (dopo circa due anni sottoposto a sequestro assieme all'elettrobisturi usato), provocando un black-out che, a sua volta, «ha determinato la sospensione dell'energia elettrica che alimentava il sistema di monitoraggio dei parametri vitali della paziente e l'autorespiratore».
Il passaggio della scarica (che avrebbe attraversato Federica dalla gamba sinistra) avrebbe a sua volta instaurato un arresto del circolo ematico per un deficit di pompa cardiaca. Ma il drammatico effetto domino non si è fermato all'arresto. Il mancato apporto di sangue ossigenato al cervello ha, infatti, determinato ipossia e, considerato il tempo in cui si è protratta, un danno cerebrale irreversibile.
Dallo Jazzolino Federica viene trasferita a Cosenza – si vuole credere per tentare l'impossibile – ma una volta arrivata lì c'è chi aggiunge, sulla sua cartella clinica, un «N.B. no segni di ustioni». Perché? Interrogativo che il pm si è posto più volte.
Comunque a Cosenza la ragazza rimane una settimana; giorni interminabili per i suoi genitori (Maria Sorrentino e Pino Monteleone) e per i familiari tutti. Speranze e delusioni si alternano per sette giorni, poi la batosta finale. Il 26 gennaio viene certificata la morte cerebrale, dopo una nottata intera di accertamenti e controlli, come da protocollo.
Da quel giorno Federica è ufficialmente morta; aveva 16 anni, solo sedici anni. Ma la vicenda assume toni e contorni più drammatici in Tribunale, nello stesso momento in cui il pm Garofalo ribadisce davanti al Gup: se la sala operatoria fosse stata a norma ci si sarebbe accorti subito del malore accusato da Federica all'inizio del black-out. Se i monitor non si fossero spenti si sarebbe potuta rianimarla subito. In poche parole Federica non sarebbe morta.
Non è certo una consolazione per i suoi genitori che, dal giorno della sua morte, inseguono e perseguono un unico fine: conoscere la verità, solo la verità per dare giustizia a una morte assurda.
La tragedia
Due anni fa come ieri Federica entrava in sala operatoria, un pò spaventata ma niente di più. A sedici anni è difficile pensare alla morte, anche se la ragazza aveva affrontato l'argomento con i suoi genitori esprimendo la volontà, un domani, di donare gli organi.
Conversazione che la mattina del 19 gennaio 2007 certamente non avrà neanche sfiorato il pensiero di Federica, sicura di dover togliere l'appendicite e poi di ritornare alla sua vita di sempre.
Ma le cosequel giorno non sono andate per come avrebbero dovuto. Nella sala operatoria dello Jazzolino dove Federica è entrata, la tragedia era in agguato. La situazione è esplosa quasi alla fine dell'intervento e per la ragazza non c'è stato, in pratica, più niente da fare.
Da giorno 19 a giorno 26 gennaio 2007 è durato il dramma di Federica e quello dei suoi genitori che continuano a essere dilaniati da un dolore che non si può descrivere. Il tempo non aiuta, fa solo pensare che è trascorso ancora un altro anno senza Federica.
da La Gazzetta del Sud (20 gennaio 2009)